Un Mediterraneo frammentato e interconnesso
Mediterraneo corsaro. Storie di schiavi, pirati e rinnegati in età moderna (Carocci, Roma, 2025)
Il Mediterraneo, mare stretto, interno, chiuso fra terre, “lago”, che si allarga al mar Caspio e al mar Nero, “stagno” attorno alle cui rive ci si raccoglie come rane (secondo la celebre metafora di Platone) o tanto aperto da diventare “Mediterraneo atlantico”, che ingloba la costa da Agadir a Lisbona, di volta in volta ponte o frontiera invalicabile: già la definizione dello spazio geografico mostra la difficoltà di concettualizzarlo come oggetto storiografico – «un falso bel tema»[1] lo definì Lucien Febvre, «un personaggio complesso, ingombrante»[2], fuori serie e fuori misura per Fernand Braudel –, stratificato al punto da fare dubitare che possa costituire una categoria analitica e persino un tema d’indagine, che gli studiosi periodicamente si dedicano a “ripensare”.
La complessità e il fascino del tema hanno dato vita a una produzione storiografica alluvionale, soprattutto negli ultimi trenta anni, che ne ha messo a fuoco singoli aspetti o ha cercato di vedere i fenomeni nel loro insieme, pur senza rinunciare alla varietà e alla ricchezza delle sue manifestazioni[3]. Tra gli storici prevale la convinzione della grande diversità politica, sociale, economica, culturale dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, a lungo visto come un’unica koiné, culla delle tre religioni del Libro, sede di una comunità di culture, prodotte dall’incontro tra civiltà greca antica e mondo orientale, di cui si sono cercati gli aspetti condivisi, inseguendo l’astrazione di una “cultura mediterranea” e di un’omogeneità antropologica, capace di prevalere sulle differenze.
La diversità che lo connota produce conflitti grandi e piccoli – dentro il medievale campo di battaglia tra croce e mezzaluna o il teatro moderno dell’antagonismo tra Spagna e impero ottomano – che non interrompono i rapporti fra società fortemente imbricate tra loro, ma che costituiscono quasi il tessuto connettivo dell’area. Mediterraneo, dunque, come storia di reti e comportamenti economici, di migrazioni e traffici marittimi, frontiere, sconfinamenti e attraversamenti, unità e diversità, coesione e frammentazione dello spazio[4]; poi “reti di interazione” create per e dalla circolazione di persone, beni, tecniche[5] grazie al commercio interculturale[6].
Il Mediterraneo è un’area di forte instabilità politica e d’intenso transito d’individui, gruppi, minoranze diasporiche, merci. Mosaico complesso di comunità politiche e religiose, la sua frammentazione catalizza le relazioni commerciali la cui fragilità non impedisce interazioni regolari e di lungo periodo. Il commercio intra-mediterraneo è il frutto di uno stretto intreccio fra interessi economici e militari e, al suo interno, la schiavitù mostra una forte componente economica e commerciale; entrambi si esprimono attraverso un idioma religioso. Guillaume Calafat e Mathieu Grenet hanno mostrato come le traiettorie delle “mobilità umane” frammentano il quadro unitario del Mediterraneo e fanno comprendere le trasformazioni avvenute nel tempo; essi tengono giustamente in considerazione dispositivi di varia natura (leggi e regolamenti marittimi e commerciali, istituzioni economiche e amministrative, trattati e tregue, passaporti, consolati, porti franchi, fondaci ecc.), messi in atto per regolare il mosaico delle comunità politiche e religiose che cercano di governare migrazioni e diaspore; senza dimenticare che «gli spazi non sono definiti unicamente dalle diverse sovranità, ma dalle pratiche degli attori che li abitano»[7]. Il “Mare interno”, il “Mare tra terre” nelle loro pagine si frattura come uno specchio, rimanda immagini parziali e dissonanti, diventa la somma di tanti Mediterranei. In questo mare plurale, fatto di «territori sovrapposti e storie intrecciate» i cui confini sono «sia transitori che zone di transito»[8], occorre far dialogare unità e diversità, frammentazione e coesione. Iain Chambers parla di liquid materiality per suggerire l’idea di un Mediterraneo multiplo: la liquescenza e la permeabilità della regione sono un modo per comprendere e descrivere il continuo movimento di uomini e donne sulle sue acque.
La storia della schiavitù da corsa è una storia di mobilità e migrazioni. La vita di tutti i nostri personaggi è dominata dal mare, qui si è compiuto il loro destino. In realtà, più che la schiavitù mi interessano gli schiavi, più che la corsa i corsari, più dei riscatti redentori e redenti: in altre parole ho cercato di ricomporre le esperienze e valorizzare le azioni di individui e gruppi, al fine di comprenderne strategie, di individuarne reti di relazioni, di seguirne azioni e comportamenti, persino per quanto possibile indovinarne desideri e sentimenti. Perciò ciascuno dei quattro capitoli del libro ha per titolo un verbo transitivo: corseggiare, cattivare, rinnegare, riscattare. I soggetti di queste azioni sono attivi, intraprendenti, volitivi, hanno intenti che mettono in atto processi, svolgono azioni che transitano verso un (complemento) oggetto con risultati dipendenti da numerose variabili. Essi vivono immersi in un universo sociale denso che è l’acqua di coltura di qualunque azione e che fornisce allo storico l’alfabeto e la chiave per la decodifica. Le relazioni economiche, sociali, politiche agite o subite, lungi dall’essere astratte ed estranee, motivano, consentono, rafforzano, inibiscono, confliggono in ogni singola azione e ancor prima nei pensieri e nei progetti individuali. Per la stessa ragione ho dato importanza ad alcuni luoghi: Malta e Livorno, Tunisi, Algeri, Salé (che apre il Mediterraneo all’Atlantico), per guardare alla reciprocità tra le due sponde, sia dell’esperienza corsara, sia della schiavitù da corsa, sia ai riscatti e agli scambi da cui dipende la redenzione. Corsari cristiani e musulmani agiscono in base alla stessa razionalità economica e a distinte motivazioni politiche, si contendono lo stesso spazio, danno ripetute prove di coraggio e crudeltà, pietas ed efferatezza. Dare a ciascuno una provenienza geografica, un contesto, interessi economici e fedi religiose è il mio modo di sottrarli all’astrattezza (il rapace monaco corsaro cristiano e l’assatanato predone musulmano) e al giudizio morale. Il “Mediterraneo del fare” si traduce nel “fare il Mediterraneo”, risultato di questo campo di forze e azioni incrociate.
Ispirata dalle storie di migrazioni odierne, ho voluto descrivere un mondo di soggetti in movimento, che le difficoltà mettono alla prova, interattivi verso l’ostile realtà ospitante, che elaborano strategie, costruiscono relazioni, scoprono talenti imprevisti, si rivelano capaci di riconfigurare le proprie vite: vediamo all’opera lo schiavo che manifesta tutta la sua agentività, non è una passiva vittima delle circostanze, bensì l’unica merce-che-si-vende-da-sola e che mostra persino consapevolezza di avere diritti. Un esempio eclatante, e a suo modo eccezionale, è quello del conflitto insorto sulla moschea-ospedale di Cartagena che oppose le autorità municipali, il re di Spagna e le autorità maghrebine; esso dimostra il protagonismo, solitamente in ombra, degli schiavi che con azioni collettive costruiscono la moschea di cui sono i beneficiari, la organizzano secondo le forme del diritto islamico – che usano per manifestarsi come comunità –, e si confrontano a muso duro con le giurisdizioni spagnole[9]. Ma non è da meno la storia delle due donne, l’una cristiana l’altra musulmana, che per riottenere rispettivamente il figlio soldato e il marito corsaro, caduti entrambi nelle mani dell’“infedele”, smuovono mari e monti, superano ostacoli pressoché insormontabili, arrivando fino alla corte del re di Spagna e della reggenza di Algeri, per riuscire a scambiarli “testa a testa” e infine a riabbracciarli[10].
Schiavitù, guerra da corsa e commercio dei captivi
Nel Mediterraneo si combatte una guerra che contrappone per i tre secoli dell’età moderna l’impero turco e i suoi alleati e l’impero spagnolo, senza conquiste territoriali, strisciante e a bassa intensità, fatta da arrembaggi e razzie sulle coste che producono un bottino di merci e di prigionieri (captivi), ridotti in condizione di schiavitù, indispensabili remieri per tutte le marinerie dell’epoca o da adibire a qualunque mansione e servizio. La legittimità della corsa consente di catturare in mare imbarcazioni, merci e individui e di tutti rivendicare la proprietà.
La schiavitù è la forma di riduzione dell’uomo a merce che, in quanto tale, può essere acquistata, venduta, data in affitto, prestata, lasciata in eredità in tutto o in parte. Essa è praticata in età antica da tutte le società che si affacciano sul Mare interno (e non solo) e ha come cause la guerra, il debito e la nascita. Pieza de India, “testa”, negli inventari delle navi negriere in partenza dall’Africa, “sacco pieno d’ossa”, nelle fonti notarili siciliane del xv secolo, property-with-voice in quelle ottomane del xvii secolo, non le viene riconosciuto nessun diritto, poiché esso per definizione attiene alla “persona”, ed è in completa balia del padrone, da cui dipende la sua vita. Questa “merce” muta nel tempo alcune sue caratteristiche in relazione al contesto geografico, alla cronologia dei traffici commerciali e allo sviluppo delle entità statali e delle loro marinerie.
Sin dal medioevo il Mediterraneo diventa il crocevia di traffici che vanno dalle steppe euroasiatiche al Sahara. Nel medioevo prevalentemente bianca, femminilizzata, proveniente dall’Europa orientale e commerciata da mercanti genovesi e veneziani dai loro stabilimenti sul mar Nero e in Egeo o nera-africana delle popolazioni subsahariane che mercanti arabi conducono fino ai porti di imbarco.
Dal primo decennio del Cinquecento la monarchia spagnola concede attraverso contratti commerciali (asientos de negros) il diritto di esportare africani schiavizzati nelle colonie americane; portoghesi e genovesi prima, olandesi, inglesi e francesi poi, organizzano e gestiscono la tratta attraverso il middle passage atlantico, facendo tappa a Siviglia, Cadice, Lisbona. La messa a coltura delle piantagioni centroamericane di zucchero, caffè, tabacco, cotone nel xvii secolo e lo sfruttamento delle miniere d’argento sudamericane del xviii aumentano la domanda di schiavi, soddisfatta da razzie sempre più intensive che dalla Costa d’Oro o Costa degli Schiavi dell’Africa centro-occidentale si estendono alla Guinea e all’Angola. Mentre gli schiavi africani vengono attratti dall’“invisibile mano” dei mercati d’oltreoceano, l’intensificarsi della guerra da corsa a metà Cinquecento cambia la fisionomia della schiavitù mediterranea, non più bianca, femminilizzata e proveniente dall’Europa orientale e asiatica, ma “mora” nordafricana e prevalentemente maschile; essa matura una serie di caratteristiche che la differenziano anche dalla coeva schiavitù atlantica.
Il volume intende non tanto definire, catalogare, generalizzare un fenomeno dentro uno specifico spazio, quanto sbrogliare un intreccio: la corsa è un fenomeno insieme militare, politico, economico e religioso; essa produce la cattività di uomini e donne che, una volta “cattivati” e trasportati nei porti nemici, sono ridotti in schiavitù: sottoposti al prelievo da parte dello Stato (che li sfrutta nella costruzione di opere pubbliche o al remo nelle galere) e venduti a padroni privati (che li usano nell’agricoltura, nei servizi domestici ecc.). Sperimentano acute forme di sfruttamento e dure condizioni di vita che si prolungano mediamente cinque anni, spesso di più e possono diventare definitive.
La peculiarità di questa forma di schiavitù sta nella sua reciprocità: cristiani sono schiavi di padroni musulmani nelle province dell’impero ottomano e nel regno del Marocco, musulmani sono schiavi di padroni cristiani nell’Europa meridionale[11]. Niente di più lontano dalla schiavitù atlantica. Ma c’è un secondo elemento che rende quest’ultima ancora più distante dalla schiavitù mediterranea: il pagamento di un riscatto, organizzato dallo schiavo, da familiari, da ordini religiosi, da istituti laici ed ecclesiastici preposti allo scopo, da benefattori, pii testatori, mercanti e consoli, consente allo schiavo di riguadagnare la libertà.
L’operazione di riscatto è prima di tutto un “negozio”, complesso perché “i barbareschi”, come vengono chiamati nelle fonti occidentali gli abitanti delle reggenze di Algeri, Tunisi e Tripoli, pretendono di essere pagati in valuta pregiata (spagnola o veneziana), così che occorre fare ricorso a banchieri che trasferiscono attraverso lettere di cambio il denaro ai loro agenti nel Maghreb, lucrando consistenti provvigioni che accrescono i costi del riscatto.
Gli intermediari dell’operazione sono mercanti che operano in quelle aree, rinnegati influenti a corte, agenti consolari europei, missionari; Livorno diventa uno snodo di questo traffico grazie ai mercanti ebrei ivi residenti e ai loro agenti in Nord Africa. Si tratta di transazioni economico-finanziarie ad alto rendimento che creano tra le due sponde del Mediterraneo una rete a maglie strette di banchieri, mercanti, redentori, negoziatori e una pletora di agenti, corrispondenti, fideiussori interessati a speculare sul riscatto, oltre che a liberare familiari e amici. Tutti questi finiscono per inserire i riscatti nelle più comuni transazioni commerciali (noli, prestiti, trasporti marittimi, contratti di acquisto o vendita di mercanzie ecc.) e scatenano la sete di guadagno di un esercito di “piccoli imprenditori” interessati all’alto profitto che questo “negozio” procura a breve e medio termine. Esso trasferisce sulla riva meridionale del Mediterraneo consistenti quantità di denaro, un vero e proprio flusso di valute pregiate e di merci, divenuto il motore del sistema corsaro e creatore di una vera e propria “economia del riscatto”[12] che trasforma la nozione stessa di schiavitù. Captivi, rinnegati, redentori, esempi di mobilità forzata diventano figure di una peculiare “diaspora” commerciale[13].
I riscatti, inoltre, sono estremamente politicizzati, in primis, poiché nelle reggenze la corsa rappresenta un’attività economica di Stato e, in secondo luogo, perché vi si riflettono le tensioni internazionali, aggravando la condizione dei captivi, trattenendo in ostaggio redentori o offrendo in dono i connazionali in cattività ai capi di Stato di cui si ricerca l’alleanza o, come in Marocco, in cambio di materiale navale, armi e munizioni.
Gli attori, le pratiche e le norme che costituiscono l’economia del riscatto diventano un regolatore della violenza religiosa e razionalizzano il commercio con i musulmani. Grazie al riscatto questa forma di schiavitù può godere del requisito della temporaneità. E come corollario, soprattutto se per mestiere si va per mare, accade di incappare più volte nei corsari e dopo il riscatto capita di ripetere – una, due, tre volte – l’esperienza della schiavitù: la reiteratività è l’ulteriore peculiarità della schiavitù mediterranea. Infine, trascorsi alcuni anni nell’inutile attesa del riscatto, per una numerosa serie di motivazioni spesso accade che lo schiavo abiuri la propria religione e si converta a quella del paese ospitante.
I percorsi di manomissione e di integrazione nel nuovo contesto passano anche attraverso l’abiura della rispettiva religione. Sono chiamati spregiativamente “rinnegati” i cristiani che indossano il turbante e «si fanno turchi»; ma anche i musulmani abiurano e chiedono il battesimo. Questi passaggi di religione costituiscono una pagina di storia della cultura religiosa di età moderna su cui Lucile e Bartolomé Bennassar hanno a suo tempo richiamato l’attenzione[14]. Anche l’abiura e la conversione conservano una forte reciprocità: schiavi cristiani si convertono all’islam e schiavi musulmani al cattolicesimo, per quanto il primo fenomeno sia meglio conosciuto del secondo. A tal proposito ho provato a sfidare il luogo comune storiografico secondo cui i musulmani non riscattano i correligionari, ma si limitano solamente a scambiarli.
Queste conversioni, sincere o opportuniste, segrete o esibite, pongono il tema della liceità della dissimulazione – tutti dicono di essere stati costretti a rinnegare la fede per salvare la vita o lo hanno fatto “di bocca”, ma non “di cuore” – e producono opinioni scrutinate dal Santo Uffizio; dagli interrogatori dei rinnegati emerge una serie di credenze miste, a cavallo tra cristianesimo e islam, ma soprattutto un continuo andirivieni da una religione all’altra; la conversione diventa un modo imposto dalle circostanze di adattarsi a nuove realtà sociali, una sorta di passaporto di chi vive sulla linea di frontiere geografiche, politiche, religiose, linguistiche. Si apre in questi transiti anche la possibilità di una sorta di agnosticismo che fa aderire pragmaticamente a fedi diverse o a nessuna, che seleziona le convinzioni comuni alle tre religioni monoteiste (di cui si fa una “insalata”, come scrive un francescano missionario in Marocco), considerate tutte egualmente capaci di procurare la salvezza spirituale, ma anche di aiutare a costruire reti sociali trasversali.
Gli elementi descritti: corseggiare, cattivare, rinnegare, riscattare, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo, si presentano nella realtà tutti insieme, appaiono come un «groppo rintrecciato» – un siciliano preso dai corsari chiederà ai familiari di essere «sciolto da questo inviluppato nodo di maledetta schiavitù»[15] – che più si cerca di sciogliere più si avviluppa. Schiavitù, guerra da corsa, abiura e commercio dei captivi[16] s’intrecciano in maniera peculiare nella storia dei paesi che si affacciano sulle sponde del mare dal medioevo ai primi decenni del xix secolo e ciò rende il tema estremamente sfaccettano e composito, difficile da mettere a fuoco disaggregandone i singoli elementi. Inoltre, il dibattito sulla materia ha talvolta implicazioni ideologiche derivanti, da un lato, dal giudizio critico di parte della storiografia verso le ricostruzioni di una schiavitù “bonaria”, che confonde schiavo e servo domestico, verso cui il padrone esercita il rigore patriarcale del capofamiglia; dall’altro dal voler sostituire a una “leggenda nera” del Mediterraneo à la Henri Pirenne, dei campi di battaglia della guerra di religione, una “leggenda dorata” del Mediterraneo dei bazar e del pacifico e intenso scambio mercantile, ignorando la sua storia fatta di «antagonismo, divisione, incomprensione, sfruttamento e violenza»[17]; infine gli esiti coloniali di questi fenomeni.
L’intensa mobilità che caratterizza tutti i soggetti di cui si è parlato pone senza dubbio il tema del rapporto tra mondi segnati da profonde fratture politiche: come pensare il contatto tra società vicine, adiacenti, seppure in conflitto – si chiedono Jocelyne Dakhlia e Wolfgang Kaiser[18] – di cui la mobilità sembra il tratto distintivo? Fino a tempi recenti, figure le cui vite conservavano i caratteri dell’eccezionalità sembravano interpretare questa mobilità[19]: passeurs non solo tra aree geografiche diverse, ma tra mondi e culture, che attraversano frontiere in senso lato sociali, culturali, religiose, posizionandosi entre deux, negli interstizi tra due società con il ruolo di mediatori. Una comunità cosmopolita e girovaga di soggetti transimperiali, stranieri familiari, go-between e trickster travelers, come li hanno chiamati gli studiosi[20]. Fino al xix secolo (la campagna di Egitto di Napoleone del 1798-1801 e l’invasione di Algeri del 1830) le relazioni soffrono sì di rotture, ma reversibili. Anzi, proprio il conflitto non esclude forme di contatto in contesti di ostilità; le armi non fermano gli scambi. Le zone di contatto non vanno pensate come isolate, ma come un’estesa connettività, all’interno della quale si vanno elaborando forme di neutralizzazione (temporanea) del conflitto. Le popolazioni mediterranee sono caratterizzate da forte mobilità e imbricazione: mercanti, soldati, interpreti, pellegrini, viaggiatori, schiavi, captivi, transfughi politici o religiosi, migranti volontari o esiliati forzati mantengono forme di equilibrio nella tensione, attivano codici comuni, fanno circolare conoscenze, linguaggi, costumi e credenze religiose. Questi “soggetti transimperiali” mostrano la capacità di circolare della maggioranza e la banalità dei fenomeni migratori nel continuum delle società in contatto. La massa critica raggiunta da questi fenomeni denota un mondo di coestensività, consustanzialità tra Europa occidentale e Mediterraneo islamico[21]. Bisogna farsene una ragione: il Mediterraneo è questo fertile, difficilmente governabile, sensato guazzabuglio.
[1] F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo di Filippo ii, vol. i, Einaudi, Torino 1976, p. xxvii.
[2] Ivi, p. xxix.
[3] D. Abulafia, The Great Sea: A Human History of the Mediterranean, Oxford University Press, Oxford-New York 2011.
[4] S. D. Goitein, A Mediterranean Society: The Jewish Communities of the Arab World as Portrayed in the Documents of the Cairo Geniza. Economic Foundations, vol. i, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1967; F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo di Filippo ii, cit.
[5] P. Horden, N. Purcell, The Corrupting Sea: A Study of Mediterranean History, Blackwell, Oxford 2000.
[6] F. Trivellato, Il commercio interculturale. La diaspora sefardita e i traffici globali in età moderna, Viella, Roma 2016.
[7] G. Calafat, M. Grenet, Méditerranées. Une histoire des mobilités humaines (1492- 1750), Éditions Points, Paris 2023, p. 34.
[8] I. Chambers, Mediterranean Crossings: The Politics of an Interrupted Modernity, Duque University Press, Duhrnam 2008, pp. 3-5; M. Monge, N. Muchnik, L’Europe des diasporas, xvie-xviiie siècles, Presses universitaires de France, Paris 2019.
[9] T. Glesener, D. Hershenzon, The Maghrib in Europe: Royal Slaves and Islamic Institutions in Eighteenth-Century Spain, in “Past & Present”, 259, 2023, pp. 77-116, qui p. 85.
[10] D. Hershenzon, “[P]ara que me saque cabesa por cabesa…”: Exchanging Muslim and Christian Slaves across the Western Mediterranean, in “African Economic History”, 42, 2014, pp. 11-36.
[11] R. C. Davis, Christian Slaves, Muslim Masters: White Slavery in the Mediterranean, the Barbary Coast, and Italy, 1500-1800, Palgrave-Macmillan, Houndmills 2003; Giovanna Fiume, Schiavitù mediterranee. Corsari, rinnegati e santi di età moderna, Bruno Mondadori, Milano 2009.
[12] 16. W. Kaiser (dir.), Le commerce des captifs. Les intermédiaires dans l’échange et le rachat des prisonniers en Méditeranée, xve-xviiie siècle, École française de Rome, Rome 2008.
[13] Una discussione sul termine “diaspora” in G. Calafat, S. Goldblum, Éditorial. Diaspora(s): liens, historicité, échelles, in “Tracés. Revue de Sciences humaines”, 23, 2012, 2, pp. 7-18.
[14] B. Bennassar, L. Bennassar, Les Chrétiens d’Allah. L’histoire extraordinaire des renégats (xvie-xviie siècles), Perrin, Paris 1989.
[15] Archivio di Stato Palermo, Arciconfraternita per il riscatto dei captivi, Riveli di cattivati di Palermo, lettera di Sebastiano Marino, Tunisi 20 luglio 1792, vol. 254, c. n.n.
[16] Cfr. G. Fiume, La schiavitù mediterranea tra Medioevo e età moderna. Una proposta bibliografica, in “Estudis. Revista de História Moderna”, 41, 2015, pp. 267-318.
[17] E. R. Dursteler, On Bazaars and Battlefields: Recent Scholarship on Mediterranean Cultural Contacts, in “Journal of Early Modern History”, 15, 2011, pp. 413-34, cit. a p. 434.
[18] J. Dakhlia, W. Kaiser, Une Méditerranée entre deux mondes, ou des mondes continues, in Idd. (dir.), Les Musulmanes dans l’histoire de l’Europe, vol. ii, Passages et contacts en Méditerranée, Albin Michel, Paris 2013, pp. 7-31, qui p. 8.
[19] N. Zemon Davis, Donne ai margini. Tre vite del xvii secolo, Laterza, Roma-Bari 2001; Ead., La doppia vita di Leone l’Africano, Laterza, Roma-Bari 2008; L. Colley, L’odissea di Elizabeth Marsh. Sogni e avventure di una viaggiatrice instancabile, Einaudi, Torino 2010; E. R. Dursteler, Renegade Women: Gender, Identity, and Boundaries in the Early Modern Mediterranean, Johns Hopkins University Press, Baltimore 2011; M. García-Arenal, G. Wiegers, L’uomo dei tre mondi. Storia di Samuel Pallache, ebreo marocchino nell’Europa del Seicento, Viella, Roma 2013.
[20] Zemon Davis, La doppia vita di Leone l’Africano, cit.; N. E. Rothman, Brokering Empire: Trans-Imperial Subjects between Venice and Istanbul, Cornell University Press, Ithaca-New York 2011; García-Arenal, Wiegers, L’uomo dei tre mondi, cit.; L. Valensi, Stranieri familiari. Musulmani in Europa (xvi-xviii secolo), Einaudi, Torino 2013; Trivellato, Il commercio interculturale, cit.
[21] Dakhlia, Kaiser, Une Méditerranée entre deux mondes, cit.
Watch again the lecture by Giovanna Fiume at the Aula Mediterrània series.